Nel 2010 Aaron Sorkin scrisse la sceneggiatura che raccontava la nascita della rivoluzione di Facebook: ragazzi brillanti, ambizione, tradimenti e quel disordine tipico di chi inventa una cosa prima di capire che cosa ha inventato. Oggi il social di Menlo Park conta 2,9 miliardi di iscritti, contro i 500 milioni di allora, e ha smesso di essere un esperimento da dormitorio per diventare una potenza che, per fatturato, regge il confronto con interi Stati. The Social: Il prezzo della verità comincia esattamente da qui. Se il primo film raccontava come Facebook fosse stato inventato, spiega lo stesso Sorkin, questo racconta che cosa è diventato.
La scintilla, per lui, è arrivata leggendo due libri: The Power of One di Frances Haugen e Broken Code di Jeff Horwitz, che ricostruiscono lo scandalo dei documenti interni da cui emergeva che l’azienda conosceva i pericoli del proprio algoritmo e li aveva bellamente ignorati. Da quelle carte, Haugen e Horwitz trassero diciassette inchieste, i cosiddetti «Facebook Files»: dall’impatto sulla salute mentale degli adolescenti alla predilezione dell’algoritmo per i messaggi rabbiosi e sensazionalistici, dalle regole piegate per gli utenti più in vista all’uso della piattaforma per il traffico di esseri umani e per le operazioni di influenza straniera. Sorkin ha passato ore con entrambi, ma non è tipo da documentario. Prende i fatti e li trasforma in un duello a ritmo quasi shakespeariano, dove a contare è l’essenza del momento più che la fedeltà al dettaglio.
Al centro ci sono due persone che più diverse non si potrebbe. Frances (Mikey Madison) è un’ingegnera di Facebook introversa e fulminante, convinta fino in fondo di ciò che il social avrebbe potuto essere, ed è proprio questo a renderle insopportabile il silenzio. Jeff (Jeremy Allen White) è invece un cronista appena sbarcato al Wall Street Journal come reporter d’inchiesta, con la piccola complicazione che non saprebbe distinguere un bit da un byte. Lei preferirebbe vivere dietro uno schermo, lui dello schermo capisce poco e sospetta molto. Sorkin li mette insieme e ne ricava la vena più spassosa del film: una coppia male assortita in cui il giornalista fa da specchio al pubblico, uno che impara la lingua di quel mondo mentre ci è dentro fino al collo. Basta vedere come lo accoglie la sua direttrice, Christina (Betty Gilpin), una capace di far piangere qualcuno dieci volte al giorno, quando scopre che lui non è capace nemmeno di usare il navigatore.
The Social: Il prezzo della verità, il regista Aaron Sorkin torna a Facebook con un nuovo film dal ritmo serrato che inquieta senza perdere l’ironia
Poi la storia cambia passo. L’incontro segreto tra Frances e Jeff, in una foresta di sequoie, è girato dal direttore della fotografia Jeff Cronenweth come una scena di spionaggio: Frances ripresa spesso di spalle, la macchina da presa che spia tra gli alberi come una terza presenza, due camere che girano intorno ai personaggi per restituire la sua paranoia. Da lì in avanti il Davide contro Golia diventa una corsa contro il tempo e contro un’azienda che si considera, come dice una battuta del copione, «post-governo». Sorkin intreccia l’indagine con le prove di Zuckerberg per le audizioni al Congresso e con un grande evento politico in cui la piena dei social tracima nel mondo fisico, fino ai tragici fatti del Campidoglio di Washington. Il risultato, nelle sue parole, è un puzzle che si decifra solo quando tutti i collegamenti si chiudono, con un terzo atto in cui Facebook tiene le mani sulle leve della conversazione pubblica nel momento più delicato. David Fincher, primo lettore del copione, rispose dopo un paio d’ore con una mail di tre parole: «Questa è nitroglicerina».
Ma la vera traiettoria del film, quella che resta addosso, è la caduta di Mark Zuckerberg. Sorkin la condensa in un’immagine. Nel 2010 lo vedevamo con gli amici lanciarsi con la zipline nella piscina di una casa in affitto a Palo Alto. Oggi lo troviamo in un enorme ufficio di vetro, circondato da guardie, seduto su un divano antiproiettile. Dal ragazzo che si tuffava all’imperatore che non può più sedersi su un divano qualunque, il passo è breve in anni e lunghissimo in sostanza.
A interpretarlo è Jeremy Strong, tornato a lavorare con Sorkin per la terza volta dopo Molly’s Game e Il processo ai Chicago 7. La parte era stata offerta prima a Jesse Eisenberg, che però era impegnato a scrivere e dirigere, e quel rifiuto ha finito per aprire la strada a un Mark diverso. Strong si è costruito una specie di archivio dell’evoluzione di Zuckerberg dal 2010 al 2020, passando per profili, interviste, convegni e tutte e otto le audizioni al Congresso. Il suo personaggio arriva al film dopo quello che Ezra Klein definì l’anno più difficile di Facebook: l’interferenza straniera del 2016, lo scandalo Cambridge Analytica, SEC, DOJ, FBI e FTC alla porta. È un «CEO di guerra», assediato, quello che un tempo faceva del muoversi in fretta e rompere gli schemi un programma e che ora deve fare i conti con tutto ciò che si è rotto.
Intorno a Mark lavora la macchina dell’immagine. Raya Akinola (Wunmi Mosaku), stratega di crisi, aveva provato in passato ad avvertire Zuckerberg dei rischi di Facebook e ora si prepara a difenderlo: il suo compito è fornirgli un volto più simpatico, mostrare che gli importa di qualcosa oltre ai profitti. Le prove delle audizioni si svolgono in un auditorium a semicerchio sotto una griglia di luci accecanti, dove Mark è messo alla prova per reggere la pressione. E per toccare i tasti giusti Raya porta alle prove anche Charlie Garrigan (Bill Burr), ex collaboratore della prima ora diventato critico feroce: un uomo che fa la morale a Mark, ammette lo stesso Burr, con una punta di meschinità, perché la vita gli è andata meno bene che a lui. Strong gli oppone un muro di freddezza che, racconta Burr, non si riusciva a incrinare in nessun momento della lavorazione.
Il film racconta una parabola discendente nel senso più umano del termine. L’impero non crolla, resta enorme, ma il suo fondatore passa da ragazzo che si butta a capofitto nelle cose in modo spensierato a uomo che deve farsi insegnare a sembrare a proprio agio. Eppure il film non lo condanna: Sorkin dice che Strong, sul set, difendeva il punto di vista di Mark in ogni scena. Ed è questa la scelta che rende il personaggio credibile e la discesa più inquietante.
Anche le ambientazioni assumono delle sfumature di significato incisive: lo scenografo Jon Hutman ha dato a Mark un padiglione di vetro alla Mies van der Rohe affacciato sul campus, una sorta di algida torre di cristallo che lo protegge e al contempo lo isola, mentre la redazione del Journal è un ufficio volutamente dimesso, perché si capisca che la carta stampata sta cedendo il passo al digitale. Il loft di mattoni rossi di Frances ha un calore che ricorda i dormitori di Harvard del primo film.
La colonna sonora di Alexandre Desplat tiene il tono: un’epica dentro un acquario, la descrive lui, con una bomba che ticchetta sotto. Orchestra non troppo grande, elettronica mescolata agli strumenti tradizionali e un lamento cantato da Renée Fleming quando le linee temporali convergono in un montaggio dal finale operistico.
Ecco perché il film funziona. Tiene insieme due cose che di rado vanno d’accordo, l’allarme e il divertimento. I dialoghi a raffica di Sorkin, le scene da dieci pagine che gli attori descrivono come pressurizzate, un cast in cui nessuno sembra voler essere quello che lascia cadere la palla: tutto concorre a un ritmo serrato che non ha bisogno di cattivi da cartolina, perché al loro posto ha uno spietato algoritmo. Il prezzo della verità, quello del titolo, lo paga Frances, che a un certo punto capisce di non poter restare anonima: l’inchiesta di Jeff avrà peso solo se ci sarà il suo volto. È il momento in cui la sceneggiatura smette di essere solo una storia di documenti e diventa una storia di coraggio.
Sorkin ha avuto la mano felice: prendere una vicenda di cui conosciamo i titoli dei giornali e farcela seguire col fiato sospeso. Si esce dalla sala con le stesse domande che Jeremy Allen White indica come la posta in gioco, ossia dove prendiamo le informazioni e che responsabilità hanno le aziende che ce le servono. E con la sensazione, rara in film di questo genere, di esserci sì spaventati, ma anche, inutile negarlo, divertiti.
ElPa.