lunedì, Novembre 2, 2026
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Intervista Alto Cocktail Festival

Alto Cocktail Festival 2026: l’intervista a Claudio Amadori

L'Alto Cocktail Festival si conferma come uno degli appuntamenti più originali nel panorama italiano della cocktail culture

by Redazione
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Giunto alla quinta edizione, l’Alto Cocktail Festival si conferma come uno degli appuntamenti più originali nel panorama italiano della cocktail culture. Ospitato al settimo piano dell’Alto Rooftop di Cervia dal 23 al 30 maggio 2026, il festival non è un semplice evento di miscelazione: è un format articolato e coerente che intreccia fine drinking, pairing gastronomico, musica e lifestyle in una cornice panoramica unica. Abbiamo intervistato Claudio Amadori, organizzatore del festival e padre del direttore artistico Niccolò, per capire le scelte progettuali che stanno dietro a questa macchina organizzativa sempre più riconosciuta — e sempre più guardata dall’estero.

Il festival porta con sé un’identità molto precisa, legata all’aperitivo italiano come stile di vita. Da dove nasce questa scelta tematica e come si traduce nella costruzione del programma?

La struttura prende spunti dai due mondi che si intersecano: mixology e food. Entrambi definiscono uno stile di vita prettamente italiano, che esiste nel Bel Paese come in nessuna altra parte del globo. Brand dell’industria ne hanno fatto un business vero — basti pensare a Campari che, dopo aver acquisito Aperol nei primi anni 2000, ha diffuso nel mondo lo stile italiano di creare un momento di transizione tra il tempo impegnato e quello rilassato. Quel momento è l’aperitivo. Da lì nasce uno stile preciso di miscelazione, che parla di liquoristica leggera, di vermouth, di bitter: mondi che appartengono unicamente all’aperitivo italiano. I locali iconici ne fanno un vero e proprio mood operativo, tanto sul territorio nazionale quanto all’estero. Le nostre esperienze sono costruite su un format che perseguiamo e studiamo da tempo, con l’obiettivo di dimostrare che oggi la contemporaneità nel bere si va oltre il mondo del vino.

Il pairing tra spiriti e cibo è il cuore del format, declinato in due esperienze distinte — Restaurant e Bar. Quanto è difficile costruire un abbinamento davvero coerente, e qual è la sfida più complessa in ciascuno dei due contesti?

Effettuare un pairing gastronomico con gli spiriti è un lavoro nuovo, che parte dal desiderio di proporre alternative per contrasto o per affinità — ma anche di consistenze e temperature — per creare interesse e uscire finalmente da un déjà vu, e in alcuni casi da una vera e propria lacuna culturale. Trovare pairing convincenti è difficile. Trovare coppie di professionisti disposte a mettersi in gioco lo è ancora di più. Il nostro format vuole porre l’attenzione proprio su questa difficoltà: far dialogare chef e bartender, spingerli verso intrecci incrociati in cui i piatti parlano di spiriti e i drink parlano di piatti. Più che una provocazione, è una vera didattica.

L’Alto Cocktail Festival si conferma come uno degli appuntamenti più originali nel panorama italiano della cocktail culture. L’intervista a Claudio Amadori

Trovarsi al settimo piano di un resort a Cervia non è un dettaglio neutro. In che misura la location contribuisce all’esperienza complessiva?

I rooftop sono entrati prepotentemente nella scena dell’intrattenimento partendo da mondi molto lontani tra loro. In seguito alla ricostruzione di metropoli dopo conflitti, o all’affermazione delle new economy, già venti o trent’anni fa questi spazi si sono affacciati sulla scena mondiale. I viaggi sempre più frequenti hanno contribuito alla loro scoperta: dal Sud-Est asiatico alle grandi metropoli anglosassoni, i locali ai piani alti degli edifici hanno preso piede nonostante le difficoltà operative. Questa rarità iniziale, completata da contenuti professionali solidi, rende ancora più preziosa qualsiasi attività che vi si ospita — che si tratti di accoglienza, bar o ristorante. Quando, come nel nostro caso, tutte queste attività coesistono, l’unicità diventa ancora più esperienziale. Cerchiamo di offrire tutte le proposte completando l’offerta, proponendo questo spazio come alternativa concreta — sia per contesti lavorativi che di relax.

Il festival coinvolge un ecosistema molto ampio di partner, da Martini a Ferrari Trento, da Riedel ai media come Identità Golose e Coqtail Milano. Con quale criterio li selezionate?

I criteri commerciali sono interconnessi con quelli intellettuali, e viceversa. Sono il frutto di connessioni ed esperienze che derivano da conoscenze personali e rapporti costruiti in anni di coerenza lavorativa.

Le modalità di ingresso prevedono sia esperienze premium fino a 150 euro all-inclusive, sia accessi più accessibili con il sistema dei fish. È una scelta filosofica o commerciale?

Le modalità di ingresso sono una conseguenza del format, che nel tempo si è evoluto e ha assunto forma concreta a partire da una filosofia personale che dialoga con le opportunità offerte sia ai partner che al cliente finale. Si tratta di un evento che ha una dimensione B2B identica a quella B2C: entrambe le anime convivono e si alimentano a vicenda.

Il Dopo Festival — con pizza conviviale e miscelazione in stile tropicale e anni Novanta — sembra quasi un cambio di registro voluto. Cosa rappresenta per voi quel momento?

Il Dopo Festival è stato voluto e desiderato proprio per celebrare il momento dedicato alla parte rilassata e festaiola della serata. Nel mondo beverage si traduce con un gin tonic defaticante o con una bevuta che parla di leggerezza. Nel mondo food, nulla batte una pizza a tarda notte. La Romagna ha contribuito a dettare i tempi di questo stile di vita nel mondo. Lo stile di miscelazione esploso sul finire degli anni Novanta è strettamente correlato al mondo dei locali notturni — e in quel periodo il mondo delle discoteche più famose era proprio qui. Nostalgia dei tempi che furono, o celebrazione di un periodo storico che ha tracciato anche uno stile di miscelazione? Un po’ entrambe le cose.

ElPa.

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