C’è un’azienda che oggi conta 260 collaboratori e oltre 7.800 clienti attivi, ma che è partita da un vissuto molto più piccolo e molto più intimo: quello di Angelina Galiulina con il binge eating, gli anni di sensi di colpa e promesse mai mantenute “da lunedì”. È da questa esperienza personale, incrociata con il percorso imprenditoriale di Matteo Sciaudone — che durante il Covid, vivendo in Russia, osservava da vicino la nascita di business digitali capaci di crescere a ritmi impensabili in Europa — che nasce Corposostenibile.
Un modello che oggi mette in sinergia nutrizionisti, coach e psicologi, e che i due founder raccontano di aver costruito in aperta contrapposizione con le logiche del settore wellness: niente promesse di risultati immediati, niente cibi proibiti, niente regole rigide. In questa intervista, Sciaudone e Galiulina ripercorrono la nascita dell’azienda, le difficoltà organizzative di un metodo multidisciplinare, la sfida di mantenere coerente l’identità del brand durante una crescita molto rapida, e anticipano i prossimi passi: dal libro in arrivo con Mondadori all’espansione oltre i confini italiani.
Corposostenibile, dal libro in uscita con Mondadori all’espansione sul territorio italiano, a partire da Milano: i prossimi passi di un’azienda che rivendica la sostenibilità come vantaggio competitivo in un settore, il wellness, spesso associato a promesse aggressive
Corposostenibile nasce dall’incontro tra il percorso professionale di Matteo e quello personale di Angelina con il binge eating. Come si è trasformato, nella pratica, un vissuto così intimo in un modello di business strutturato?
Matteo: Corposostenibile nasce dall’esperienza di MS Fitness, la mia prima attività avviata mentre vivevo in Russia durante il periodo del Covid. In quegli anni ho assistito a una forte crescita dell’imprenditoria online in Russia, con un modello di business che in Europa non avevo ancora visto. Mi sono quindi chiesto in quale settore avrei potuto applicarlo.
Da sempre sono una persona molto interessata alla cura di sé, alla salute e alla forma fisica. Ho capito così che il mondo del wellness poteva essere il terreno giusto su cui costruire un progetto imprenditoriale. Ho iniziato quindi a proporre percorsi di coaching attraverso MS Fitness, una piccola realtà nata insieme ad altri due collaboratori, che per circa due anni ha raggiunto risultati discreti. La vera svolta, però, è arrivata con Angelina.
Angelina: Corposostenibile è nata dalla mia storia, più che da un’idea di business. Per anni ho sofferto di binge eating: mangiavo fino a stare male, poi arrivava il senso di colpa e la promessa che da lunedì avrei rimesso tutto a posto — e da lunedì ricominciava daccapo. Non riuscivo a dimagrire in alcun modo: provavo, ottenevo qualcosa e poi crollavo, ogni volta. E ogni volta mi sentivo sbagliata io, come se fosse un mio difetto.
Ho iniziato a lavorare a diciassette anni e la nutrizione l’ho studiata per scelta, perché volevo capire davvero come funziona il corpo e non fidarmi delle mode del momento. Quelle risposte le ho trovate, e ho capito che il problema non ero io: era il modo in cui ci avevano insegnato a stare a dieta.
Abbiamo così costruito Corposostenibile da zero, basando l’azienda sull’opposto di tutto ciò che mi aveva fatto stare male: niente cibi proibiti, niente sensi di colpa, niente regole che ti spezzano. Un approccio che una persona reale può davvero portare nella propria vita. Quel percorso l’ho fatto sulla mia pelle, prima ancora di poterlo offrire a qualcun altro.
Matteo, durante il Covid, in Russia, lei osservava la nascita di aziende completamente digitali capaci di crescere molto rapidamente. Cosa di quell’esperienza ha influenzato le scelte fatte poi con Corposostenibile?
In Russia, durante il Covid, ho visto nascere aziende che in pochi mesi facevano numeri che nel mondo tradizionale richiedevano anni. E ho capito che il vantaggio non stava nel prodotto: stava nella distribuzione. Quelle aziende erano digitali dal primo giorno e usavano i social media come canale principale, non come vetrina. Lì mi si è accesa una lampadina: i social sono l’acceleratore più potente di questo momento storico, e, allo stesso tempo, l’unico a costo zero. Nessuna barriera d’ingresso, nessun capitale iniziale. Solo competenza.
Così ho deciso che quella competenza sarebbe diventata la mia specializzazione: usare i social media per vendere servizi, non prodotti. È una disciplina diversa, perché un servizio lo compri solo se ti fidi di chi te lo eroga.
Quella scelta è il vero motore di Corposostenibile. Siamo passati da 0 a 260 collaboratori e da 30 a 7.800 clienti attivi in meno di 2 anni. Non grazie a un investimento pubblicitario iniziale, ma perché abbiamo imparato a costruire attenzione e fiducia prima ancora di chiedere qualcosa in cambio.
Angelina, lei racconta di essersi sentita “sbagliata” per anni, prima di capire che il problema non era lei ma il modo in cui si insegna a stare a dieta. In che modo questa consapevolezza si riflette oggi nel metodo che proponete ai clienti?
Il mio contributo più grande è stato insistere perché il metodo restasse sostenibile nel senso pieno della parola: non una cosa perfetta sulla carta, ma qualcosa che una persona reale — con la sua vita, il suo lavoro e le sue giornate storte — potesse davvero portare avanti. Lì dove di solito si mettono regole, noi abbiamo messo libertà e consapevolezza.
Definite quello di Corposostenibile un modello “più complesso da gestire”, in cui nutrizionisti, coach e psicologi lavorano in sinergia invece che separatamente. Quali sono state le difficoltà organizzative più concrete nel farli collaborare su uno stesso cliente?
Complesso per noi che lo gestiamo. Per il cliente è l’opposto: lavorando in parallelo su nutrizione, movimento e psicologia arriva ai risultati più in fretta e impara a mantenerli. Lo scoglio più grande è stato far collaborare figure con background di studio diversi, che non avevano mai lavorato in sinergia. Oltre a costruire un’organizzazione capace di reggerla, abbiamo cambiato il modo di selezionare: cerchiamo professionisti che credono già nel valore dell’approccio multidisciplinare e che non vogliono più lavorare isolati. Chi entra da noi non subisce il lavoro di squadra, lo stava cercando.
Angelina, come Brand Director, lei indica come sfida principale il mantenere coerente l’identità aziendale durante l’espansione. Concretamente, come si traduce questo impegno nella gestione quotidiana dei contenuti e dell’esperienza cliente?
Mi occupo di tutto ciò che riguarda l’identità e la voce di Corposostenibile: come comunichiamo, cosa diciamo, come ci facciamo riconoscere e, soprattutto, che rapporto costruiamo con le persone che ci seguono. Matteo tiene insieme la struttura e la parte di business, io tengo insieme l’anima del progetto e il modo in cui arriva al mondo.
Coordino la comunicazione e i contenuti, ma più in profondità il mio lavoro è fare in modo che ogni cosa che esce da noi — un post, un percorso, persino una singola parola scelta da una nutrizionista — suoni umana e coerente con quello in cui crediamo. Siamo un team di 260 persone, e il mio compito è anche custodire quel filo che ci tiene tutti nella stessa direzione.
Il settore wellness è spesso associato a promesse aggressive e risultati immediati, mentre voi parlate di sostenibilità del cambiamento nel lungo periodo. Come si concilia questa impostazione con la necessità di attrarre e convertire nuovi clienti in un mercato così competitivo?
M: Crediamo che l’integrità sia il miglior vantaggio competitivo sul lungo periodo. È un discorso che sembra etico e invece è puramente economico: chi lavora con integrità ha meno turnover tra i collaboratori e clienti migliori, che restano e che portano altri clienti. È il contrario del modello usa e getta.
Abbiamo scelto di non cadere nella trappola delle promesse irrealistiche e del marketing aggressivo in cambio di soldi facili subito. Stiamo costruendo un’azienda, un team, un movimento destinato a restare: giochiamo una partita a dieci anni, mentre la maggior parte degli “imprenditori” del nostro settore vuole incassare il prima possibile e a qualunque costo.
Nel breve periodo quella scelta costa. Nel lungo ti lascia in piedi quando gli altri hanno già chiuso e riaperto con un altro nome. Oggi siamo leader di mercato: è stato il mercato stesso a dirci che avevamo ragione.
A: C’è anche un motivo più semplice: quelle promesse fanno male alle persone. Un detox di 21 giorni può farti perdere peso più in fretta di un approccio equilibrato, ma nel frattempo danneggia la tua salute fisica e mentale, e quasi sempre finisce con il recupero di tutto il peso perso. La cliente che arriva da noi ha già provato tre o quattro percorsi di quel tipo e ogni volta ne è uscita più sfiduciata di prima.
Per questo lavoriamo solo su ciò che ha davvero un fondamento medico-scientifico. Non promettiamo il risultato più veloce, promettiamo l’ultimo percorso di cui avrà bisogno. E per una donna che ha ricominciato da capo dieci volte, quella è la promessa più attraente che esista.
A entrambi – Con oltre 12 milioni di persone raggiunte e più di 17.000 clienti seguiti dalla nascita dell’azienda, quali sono i prossimi passi per Corposostenibile? Ci sono nuovi mercati, servizi o Paesi verso cui guardate per la fase successiva di crescita?
A: La novità più grande è il libro che stiamo pubblicando con Mondadori, Perché non dimagrisco? L’idea è mettere nelle mani del maggior numero di persone possibile il metodo che abbiamo certificato a livello europeo e che ha cambiato la mia vita, prima ancora di quella di decine di migliaia di persone.
In parallelo stiamo allargando la rete di chi divulga i principi di Corposostenibile: nutrizionisti, psicologi, medici e personal trainer che portano il messaggio ben oltre i nostri due profili. Perché il metodo deve poter vivere anche senza di noi.
M: Sul piano aziendale ci stiamo sviluppando sul territorio italiano: la prima apertura è Milano, ne seguiranno altre. Stiamo acquisendo altre aziende del settore e valutando il momento giusto per espanderci in altri Paesi e altre lingue.
Sappiamo che il modello è replicabile. E a questo punto lo consideriamo una responsabilità più che un’opportunità: se hai un metodo che funziona, portarlo al maggior numero di persone possibile non è ambizione, è il minimo.
ElPa.