Quando Paola Veglio entra in Brovind è giovanissima e l’azienda sta vivendo uno dei momenti più difficili della sua storia. Il contesto è ostile, il settore è tradizionalmente maschile, il territorio complesso. Eppure, in pochi anni, attraverso una leadership costruita sul campo, decisioni rischiose e una visione che mette le persone e il territorio al centro, Brovind si trasforma in una realtà industriale solida e in crescita. In questa intervista, l’Amministratrice Delegata racconta cosa significa guidare un’azienda controcorrente, scardinare il “si è sempre fatto così”, scegliere di restare in un piccolo borgo e immaginare un futuro in cui impresa, comunità e sostenibilità crescono insieme. Una storia che parla di coraggio, responsabilità e visione condivisa.
Quando ha assunto la guida di Brovind l’azienda era a un passo dal fallimento: qual è stata la prima decisione difficile che ha capito avrebbe cambiato davvero il destino dell’impresa?
Sono entrata in Brovind giovanissima e l’azienda era in forte crisi. Subito dopo è arrivato il biennio drammatico del 2008-09 che ha dato il colpo di grazia. Nessuno credeva che ci saremmo ripresi. Non sapevamo come uscirne. Il rating era ai minimi storici, venivamo catalogati come a un passo dal default. I soci decisero di investire e mio papà, che ai tempi era l’AD, per anni aveva rinunciato allo stipendio. Ma l’azienda non si riprendeva. Nel frattempo, io stavo facendo la gavetta; come responsabile IT, sono riuscita a entrare, attraverso il rinnovamento del gestionale, a comprendere tutti i problemi esistenti. Ho iniziato a ritagliarmi una posizione di leadership, pur avendo (quasi) tutti contro. Senza ricorrere a finanziamenti, senza un giorno di cassa integrazione o saltare il pagamento degli stipendi, ho investito, sono andata controcorrente in maniera molto pericolosa, ho stravolto l’azienda nell’organigramma e nei processi, abbiamo diversificato i mercati, assunto giovani e ampliato le vendite. In tre anni avevo sanato la perdita, dal quarto anno abbiamo cominciato a fare utili e nel 2013 sono diventata AD.
Restare, cambiare, costruire: la visione di Paola Veglio di Brovind. Fare impresa in un piccolo borgo come atto politico, sociale e umano
In pochi anni Brovind è passata da 39 a 165 dipendenti e da 5,4 a 24 milioni di fatturato: quanto hanno inciso il cambio di mentalità e la rottura del “si è sempre fatto così” su questa crescita?
Determinante. Guardare i problemi e la realtà da una prospettiva diversa è molto utile. Ci vuole una buona dose di coraggio, ma se si impostano degli obiettivi sostenibili e la strada per raggiungerli, andare controcorrente risulta più facile. Mi sono scontrata con persone che lavoravano in azienda da 30 anni, dimostrare loro che le cose possono cambiare, con umiltà e coerenza, ha reso ancora più bello il raggiungimento del risultato finale e mi ha permesso di conquistare la fiducia di molti che inizialmente non appoggiavano le mie scelte.
Giovane e donna alla guida di un’azienda di automazione industriale non è scontato: quali pregiudizi ha dovuto scardinare, dentro e fuori l’impresa, e quali invece resistono ancora oggi?
Giovane e donna in un ambiente metalmeccanico, sono stata a lungo osteggiata e criticata. Il rispetto e la leadership non cadono mai dal cielo, te li devi sudare, con molta umiltà. Ma una volta che riesci a raggiungerli, la sensazione non ha prezzo.
Abbattere il gender gap è un percorso lungo e non facile. Il primo passo penso che debba essere fatto assumendo le persone per le loro competenze e soft skill e non per il genere d’appartenenza, adeguando i salari agli anni di esperienza professionale e non al genere. Uomini e donne hanno, inoltre, i medesimi diritti e doveri familiari, quindi dovrebbe esserci totale parità anche nella questione dei congedi genitoriali, senza che tutto ricada necessariamente sulla donna. Dover scegliere tra carriera e famiglia è un diktat che vorrei venisse presto dimenticato.
Lei ha scelto di investire e restare a Cortemilia, un borgo di poco più di 2.000 abitanti: che cosa significa fare impresa in un piccolo territorio oggi e perché, secondo lei, “restare” può essere un atto di coraggio e di visione?
Le difficoltà logistiche sono molte, dalle infrastrutture stradali per raggiungere il borgo, alla carenza dei servizi. Sono però convinta che Cortemilia sia un luogo ricco di bellezza, di natura e di quiete. Le sue potenzialità sono molteplici, ma naturalmente vanno scoperte, incentivate; bisogna lavorarci a testa bassa. Il mio sogno è di rendere questo territorio, noto principalmente per enogastronomia e turismo, un hub tecnologico, capace di attrarre giovani talenti e portare nuova linfa creativa, che possa ricondurre il borgo al suo antico splendore. Penso sia fondamentale procedere nel rispetto del territorio e della sua storia e soprattutto facendo rete tra privati, pubblica amministrazione e terzo settore; le singole iniziative individuali, per quanto lodevoli, non vanno molto lontano.
Molte delle iniziative di welfare aziendale hanno avuto ricadute dirette sulla comunità: quanto è importante, per un’impresa, sentirsi parte di un ecosistema e non solo di un mercato?
Un’impresa, in linea generale, non dovrebbe solo pensare all’utile, ma dovrebbe creare valore per il territorio. Nel caso specifico di Brovind, questa visione diventa cruciale per tenere in vita il borgo che, da anni, continua a spopolarsi. Per la nostra azienda le persone sono al centro di tutto. Dico sempre che ci vuole coraggio a restare qui, in questa piccola realtà, ma a chi decide di restare offriamo un lavoro e un impegno costante per migliorare le cose.
La riapertura dell’hotel-albergo-pizzeria è un esempio concreto di questa visione: come nasce l’idea di un investimento personale che diventa allo stesso tempo risposta aziendale e risorsa per il territorio?
Da un lato, a Cortemilia erano anni che mancava una pizzeria ed era essenziale che ci fosse un hotel nel centro storico, in modo da favorire gli spostamenti di lavoro. Dall’altro, in azienda, con il crescere dell’organico, la mensa non era più sufficiente e il territorio non offriva delle soluzioni ottimali, per questo ho pensato di unire le due esigenze e riaprire il ristorante e l’hotel. È stata una decisione che ha apportato benessere aziendale, ma anche generato un effetto positivo per il territorio. I turisti possono contare su una struttura ricettiva che prima mancava e l’iniziativa ha spronato altri giovani ad aprire delle attività commerciali nel borgo.
Anche il progetto di rigenerazione dell’ex polo industriale da 33.000 metri quadri guarda al futuro: che ruolo avranno sostenibilità, comunità energetiche e coinvolgimento delle scuole in questa nuova fase di crescita?
Sarà un polo altamente tecnologico, permetterà di semplificare alcune procedure produttive, per permettere al personale di lavorare meglio. La sostenibilità sarà garantita dall’impianto fotovoltaico che fungerà anche da comunità energetica per il territorio. Il nuovo laboratorio ospita proprio da fine gennaio le classi quarte e quinte dell’Istituto Professionale Piera Cillario Ferrero – sezione Industria e Artigianato per il Made in Italy. Qui, i ragazzi, settimanalmente e per tutto l’anno scolastico, possono fare lezione, utilizzare le dotazioni tecnologiche, interfacciarsi con gli ingegneri tecnici di Brovind, accedere ai locali aziendali su richiesta, sotto la supervisione e il supporto dei docenti. Un’esperienza che consente di acquisire competenze pratiche e tecniche, familiarità con i processi produttivi e una maggiore consapevolezza delle proprie scelte professionali future. È un progetto cui tengo molto e che mira a ridurre il mismatch tra scuola e lavoro. I ragazzi più promettenti, terminati gli studi, potranno lavorare in azienda.
Le difficoltà logistiche di territori come l’Alta Langa sono evidenti: che cosa dovrebbe cambiare, a livello infrastrutturale e di servizi, per rendere questi luoghi davvero attrattivi per imprese e lavoratori?
Sono decenni che i Comuni dell’area vivono enormi disagi quotidiani a causa della mancanza di adeguate vie di comunicazione. Tempi di percorrenza eccessivi, viabilità pericolosa, soprattutto nei mesi invernali, inquinamento, difficoltà di accesso al polo di eccellenza sanitaria di Verduno e al capoluogo di provincia, oltre che alle grandi arterie di comunicazione, rappresentano un freno allo sviluppo sociale, economico, culturale e turistico del territorio, del tutto ingiustificato.
Il suo sogno è fare di Cortemilia un polo industriale a disoccupazione zero: quanto è realistico questo obiettivo e quale modello di sviluppo immagina per i piccoli borghi italiani?
È molto difficile vivere in un piccolo paese e cercare di svilupparlo. Tante, troppe, volte ci si scontra con modi di pensare molto chiusi, che tendono a distruggere qualunque idea nuova si cerchi di portare. Ma ho imparato che è più facile distruggere, piuttosto che costruire e amo pensare che chiunque nel proprio piccolo possa cambiare un pezzettino di mondo. Inoltre, arrendersi non fa parte del mio vocabolario, quindi cercherò di portare sempre i miei ideali e le mie competenze al servizio di Cortemilia, con quell’obiettivo costante di vederla crescere. La disoccupazione a Cortemilia è pressoché inesistente, manca solo ancora un po’ il concetto del collaborare. Da soli non siamo nessuno, se lasciamo da parte i nostri egoismi, per perseguire un bene comune, anche i piccoli borghi sopravviveranno. I servizi si creano, i progetti nascono e si migliorano, ma mai fermarsi al proprio orticello. Bisogna saper crescere, ma insieme.
Guardando alla sua esperienza, che consiglio darebbe a imprenditori e imprenditrici che vogliono crescere senza rinunciare al legame con il territorio e alle persone che lo abitano?
Credeteci e non mollate. Il capitale umano e il territorio in cui vivete sono i due tesori più preziosi. Gli ostacoli saranno sempre tanti, ma non fermatevi davanti alla burocrazia e ai “non ce la farai mai”. Investite e collaborate, guardatevi intorno e contaminatevi a vicenda. Ci sono tante buone idee in Italia, il sistema non aiuta assolutamente, ma possiamo e dobbiamo essere noi a fare la differenza. Facile? Mai. Possibile? Sempre. Si sbaglia; solo chi non fa nulla non sbaglia mai. Impariamo dagli errori e ricostruiamoci ogni volta, cercando sempre di migliorare. Non si è mai arrivati. Uscite dalla vostra zona di comfort. Ricordatevi sempre che dopo le tempeste più forti, troverete il mare più calmo e cristallino che abbiate mai visto.
ElPa.