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Masters of the Universe: He-Man torna sul grande schermo

Il franchise degli anni Ottanta torna al cinema con Travis Knight alla regia, tra spettacolo visivo, autoironia e una colonna sonora firmata Brian May

by Redazione
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Quarant’anni dopo aver fatto capolino nei salotti di mezzo mondo attraverso le trasmissioni pomeridiane, He-Man torna sul grande schermo in una versione live-action che ha tutto quello che i fan di lunga data possono sperare: colori saturi, personaggi sopra le righe, un cattivo col cranio scoperto e una spada che vale un universo intero. Masters of the Universe, diretto da Travis Knight (Bumblebee, Kubo and the Two Strings), è uno spettacolo genuinamente godibile — vivace, autoironico, pop nel senso migliore del termine — che rende giustizia al franchise Mattel senza tradirne lo spirito né prendersi troppo sul serio.

La storia riparte dalle origini: il giovane principe Adam viene esiliato da Eternia quando le forze di Skeletor spodestano i suoi genitori e si impadroniscono del trono. Cresciuto sulla Terra, Adam porta con sé solo i ricordi di un mondo lontano — i guerrieri stravaganti della reggia, la Spada del Potere, il castello di Grayskull — finché la spada stessa non lo riconduce a casa, costringendolo a confrontarsi con il proprio destino. Al suo fianco ritrova la vecchia amica Teela (Camila Mendes) e il padre adottivo di lei, Duncan detto Man-At-Arms (Idris Elba). Davanti a lui, l’usurpatore Skeletor interpretato da Jared Leto, in una performance teatrale e minacciosa che sa anche essere esilarante.

Il muscolo come ironia

La vera sorpresa del film è Nicholas Galitzine, fino ad oggi noto soprattutto per i suoi ruoli nelle commedie romantiche di Prime Video. L’attore si è sottoposto a una trasformazione fisica imponente — mesi di allenamento intensivo, un regime di taglio calorico da atleta professionista — ma ha avuto la lucidità di non nascondersi dietro i bicipiti. Il suo Adam è incerto, speranzoso, tendenzialmente pacifista: preferisce parlare piuttosto che menare le mani, crede nel dialogo, porta ancora i segni di un’adolescenza trascorsa a cercare di non dimenticare il suo passato nonostante il mondo intorno lo spingesse nella direzione opposta.

Masters of the Universe: pop, colorato e sorprendentemente divertente. He-Man torna sul grande schermo

La fisicità di He-Man non annulla quella vulnerabilità, la sovrappone soltanto. È questo il gioco che il film conduce con intelligenza: lo stereotipo dell’eroe tutto muscoli e niente cervello viene sistematicamente smontato, rivelando sotto la corazza di He-Man un ragazzo ancora in costruzione. Come dice lo stesso Galitzine, “non volevamo che i muscoli togliessero qualcosa alla crescita del personaggio”.

La regia di Knight asseconda questa scelta con un tono che sa alternare la grandiosità epica all’autoironia genuina. Il film ride di se stesso — dei nomi assurdi dei personaggi, delle tute di cuoio, degli eroi con poteri troppo specifici per essere utili fuori da Eternia — senza mai scadere nella parodia. È il tipo di umorismo che i migliori fumetti supereroistici conoscono bene: il sorriso complice con chi guarda, non la presa in giro di chi ha amato quelle storie.

Un universo fedele e contemporaneo

Per chi è cresciuto con i cartoon Filmation degli anni Ottanta, il film è un’esperienza quasi commovente: Ram Man, Mekaneck, Fisto, Cringer la tigre verde e timorosa, il castello di Grayskull con il suo teschio-portone. Knight, dichiarato fan del franchise sin dall’infanzia, ha lavorato con i quattro sceneggiatori — Chris Butler, i fratelli Aaron e Adam Nee, Dave Callaham — per costruire una storia che pescasse da tutte le versioni della mitologia: i mini-fumetti originali Mattel, la serie animata, il film culto del 1987 con Dolph Lundgren (che qui compare in un cameo azzeccato, nei panni di un bizzarro allenatore in palestra che dispensa consigli di vita al giovane Adam), fino alla serie Netflix di Kevin Smith. C’è anche spazio per un omaggio al celebre video virale con He-Man che canta What’s Up dei 4 Non Blondes: chiunque abbia abitato internet negli anni Duemila capirà immediatamente.

La decisione narrativa di far crescere Adam sulla Terra — lontano da Eternia, immerso nella quotidianità umana — è tra le più riuscite: permette allo spettatore di scoprire il mondo del film insieme al protagonista, e di ridere con lui quando si trova a spiegare Ram Man o Mekaneck ai suoi amici terrestri increduli.

Il lato oscuro del bene

Sul fronte dei villain, Jared Leto costruisce uno Skeletor che è al tempo stesso minaccioso e teatralmente ridicolo, esattamente come deve essere. La voce è profonda, roca, tutt’altra cosa rispetto al piagnucolio nasale del cartoon originale; i momenti di pura commedia assurda coesistono con sequenze autenticamente inquietanti. Al suo fianco, Alison Brie è una Evil-Lyn glaciale e irresistibile, ambigua nella fedeltà al suo signore quanto scaltra nel perseguire i propri fini. La loro relazione tossica — lei lo idolatra e lo spregia in egual misura — è uno dei fili narrativi più godibili del film.

La musica come quinto elemento

Menzione a parte merita la colonna sonora di Daniel Pemberton, che ha avuto l’intuizione di evocare i Queen come architettura sonora del film — grandiosità operistica, pop sinfonico, rock da stadio — e ha avuto la fortuna di poter coinvolgere direttamente Brian May. Il chitarrista dei Queen ha contribuito con la sua leggendaria Red Special ai momenti chiave della trasformazione di Adam in He-Man: il suono è immediatamente riconoscibile, ascendente, quasi coreutico. È la ciliegina su una torta già sfarzosa.

Masters of the Universe non è cinema d’autore, né lo vuole essere. È uno spettacolo generoso, pensato per divertire e per restituire agli adulti cresciuti negli anni Ottanta qualcosa che credevano perduto — quella sensazione di meraviglia infantile davanti a un universo dove tutto era possibile, i nomi erano assurdi e il bene vinceva sempre. Lo fa con eleganza sufficiente da non far vergognare, e con abbastanza autoironia da non annoiare chi non ha mai posseduto un castello di Grayskull in plastica grigia.

ElPa.

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