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Intervista Anna Muzzolon

Dal camice al codice: l’intervista ad Anna Muzzolon

Tra dati e intuizione: come la chimica diventa strategia nelle startup

by Redazione
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Non sempre le rivoluzioni professionali arrivano con un’esplosione improvvisa: a volte maturano in silenzio, tra una routine che stringe e un bisogno crescente di espressione. È così che Anna Muzzolon ha trasformato un percorso nella chimica industriale in una carriera ibrida nel marketing delle startup, dove numeri e creatività convivono. Dalla precisione del laboratorio alla libertà della pirografia, fino alle strategie data-driven di Mamazen, il suo racconto attraversa errori, intuizioni e nuove tecnologie, restituendo un’idea di lavoro fluida, umana e in continua evoluzione.

Dal laboratorio farmaceutico al marketing delle startup: qual è stata la “scintilla” o il momento esatto in cui hai capito che la tua identità professionale precedente non ti bastava più?

Più che una scintilla improvvisa, è stata una fase graduale nata dalla consapevolezza di essere in un contesto troppo rigido per me. Dopo la laurea in chimica ho lavorato per quasi sei anni nel controllo qualità farmaceutico, un ambiente dalle regole molto strette che non lasciava spazio alla creatività e limitava la mia libertà fisica e la possibilità di viaggiare. A un certo punto ho capito che quel lavoro non mi rappresentava più: sentivo il bisogno di uno spazio creativo. La pirografia è stata un colpo di fulmine e, per far crescere il mio progetto “Annarte Pirografia”, ho iniziato ad avvicinarmi al marketing in modo completamente autodidatta, imparando da video su YouTube e sperimentando. Ho capito presto che tra la teoria e la pratica c’è un abisso e Mamazen è stata l’opportunità per applicare davvero sul campo ciò che avevo imparato.

Ti definisci una figura “ibrida”. In che modo il rigore analitico della chimica industriale influenza oggi le tue strategie di Paid Media e la gestione dei dati in Mamazen?

Per me chimica e marketing sono ambiti estremamente simili. Quando lavoriamo su campagne di Paid Media non esiste una formula perfetta che funziona sempre. Si parte da una strategia, si testano diversi messaggi, target o creatività e poi si analizzano i dati per capire cosa sta funzionando. In Mamazen compilo delle vere e proprie “schede esperimento” per le campagne, esattamente come facevo in laboratorio, per standardizzare il metodo e prendere decisioni oggettive basate sui numeri. Tuttavia, non dimentico mai che dietro ai dati ci sono le persone: l’interpretazione e la decisione finale richiedono sempre il fattore umano.

Hai affermato che “la strategia è un atto artigianale”, ma sappiamo anche che la pirografia non ammette il tasto “cancella”. Come trasponi dunque questa accettazione dell’errore e dell’imprevisto nella costruzione di una strategia di comunicazione per una startup e, in un’epoca dominata da algoritmi e automazione, come si riesce a mantenere un approccio “su misura” senza perdere in efficienza?

Lavorando un materiale vivo come il legno con la pirografia non esiste una “cancellina veloce”; se una venatura ti fa deviare il segno, devi adattarti e prendere un’altra direzione. Nel marketing il principio è lo stesso: io parto con un’ipotesi, ma il mercato è in continua evoluzione e non tutti gli esperimenti vanno a buon fine. Se una campagna non funziona come sperato, non mi fascio la testa e, soprattutto, non mi intestardisco a difendere la mia idea iniziale per puro orgoglio. Un imprevisto non è un fallimento, ma un’informazione preziosa che mi spinge a migliorare, facendomi vedere anche quello che magari non volevo notare. La chiave per mantenere efficienza in un mondo automatizzato è proprio questa flessibilità nel riadattare rapidamente la comunicazione e la strategia a ciò che i dati raccolti ci suggeriscono.

Dal laboratorio alla libertà: Anna Muzzolon e l’arte di riscrivere il marketing. Errore, creatività e IA: il metodo artigianale che sfida gli algoritmi

Molti vedono l’Intelligenza Artificiale come una minaccia alla creatività. Tu invece sostieni che la responsabilità della direzione resti umana. Qual è il compito che l’IA non potrà mai sottrarre a un bravo marketer?

Utilizzo l’Intelligenza Artificiale quotidianamente per velocizzare i processi e aumentare la produttività, ma si basa sempre su modelli esistenti e quel che non potrà mai avere è l’esperienza e l’empatia umana. Il marketing non è solo un esercizio sui dati: è comunicazione con persone reali, dentro contesti socio-culturali specifici. Una macchina non possiede la sensibilità per capire che una campagna all’estero potrebbe essere recepita in modo totalmente diverso rispetto al mercato, e che non basta premere il “tasto traduci”. Serve saper cogliere le sfumature delle generazioni attuali per far “risuonare” emotivamente il messaggio. Per me, anche passare del tempo sui social a analizzare le sponsorizzate altrui è uno studio quotidiano per allenare quell’intuizione sociale che l’IA non possiede.

Il tuo progetto creativo personale è stato la tua “palestra di marketing”. Quali sono i vantaggi di testare strategie su un progetto proprio prima di applicarle a realtà aziendali complesse?

Gestire “Annarte Pirografia” da sola e con budget pari a zero mi ha obbligata a “sporcarmi le mani” su tutti i fronti: produzione, comunicazione e relazioni col pubblico. Lavorare con risorse così limitate ti spinge a sperimentare senza filtri e a curare i messaggi nel dettaglio, imparando rapidamente dagli errori perché non hai colleghi a cui delegare. Questa palestra si adatta molto al mio lavoro attuale in Mamazen, dove ci occupiamo di startup “early stage” (fase 0-1): creo progetti partendo da zero, replicando di fatto il percorso del mio progetto personale, ma su scala diversa. Ogni nuovo progetto è come rivivere “Annarte 2.0”, riadattando le mie competenze agli strumenti in continua evoluzione, come i nuovi social e le Intelligenze Artificiali.

In Mamazen costruite startup da zero. Qual è l’errore più comune che vedi fare alle nuove imprese quando cercano di definire la propria identità digitale?

L’errore più frequente tra i fondatori è perdersi nel perfezionismo dedicando mesi al branding (nome, logo, identità visiva) prima ancora di aver validato il prodotto. Spesso è una scorciatoia psicologica per sentirsi “pronti”, ma rallenta tantissimo il processo iniziale. Nelle prime fasi, la priorità assoluta è testare rapidamente se il prodotto risolve un problema reale e se il mercato è disposto a pagare per averlo. Al branding definitivo ci si può pensare in un secondo momento, quando la direzione è validata.

Sei una nomade digitale e una professionista in continua evoluzione. Come riesci a conciliare la fluidità di questo stile di vita con la necessità di dare “solidità e posizionamento nel tempo” ai brand che curi?

La solidità di un brand è data dalla strategia, dal metodo e dall’organizzazione aziendale, fattori che restano identici che io mi trovi in Italia, in Asia o in Africa. In Mamazen siamo tutti dipendenti da remoto e lavoriamo basandoci sulla fiducia. Scelgo spesso l’Asia per comodità di fuso orario, ma garantisco sempre la mia presenza negli orari lavorativi. Viaggiare non è un limite alla mia professionalità, ma un incredibile vantaggio: mi nutre di stimoli continui, allena la mia apertura mentale e la mia flessibilità, impedendomi di fossilizzarmi sulla logica del “si è sempre fatto così”.

Spesso alle donne viene chiesto di specializzarsi in un unico ambito per essere credibili. Tu sostieni invece che “non dobbiamo scegliere una sola identità”. Che consiglio daresti a chi teme che un percorso non lineare venga percepito come mancanza di focus?

Credo che l’idea di doversi etichettare con un’unica professione per risultare affidabili sia un concetto superato, una visione “vecchia scuola” che nel 2026 equivarrebbe alla morte professionale. Oggi siamo bombardati da innumerevoli stimoli sui social e la vera chiave per il mercato moderno è la trasversalità. Io non rinnego affatto la chimica, che mi ha dato la forma mentis e il rigore metodologico con cui oggi testo le variabili nel marketing (come i copy delle landing page) in modo schematico, procedendo un passo alla volta. Tuttavia, possedere una formazione orizzontale garantisce una flessibilità indispensabile. Per questo consiglio sempre, specialmente ai founder, di acquisire competenze diverse: imparare a leggere i numeri, ad esempio, ti permette di continuare a pilotare la tua azienda con consapevolezza, senza doverne affidare ciecamente la guida a figure esterne.

Guardando al futuro del mercato del lavoro, quale competenza trasversale pensi sarà l’unica vera assicurazione contro l’obsolescenza professionale?

La competenza assoluta è la curiosità unita all’apertura mentale. Nel mercato attuale, dominato dall’Intelligenza Artificiale e da tool tecnologici che si aggiornano nel giro di pochi mesi, non puoi aspettare che sia qualcun altro a spiegarti come funzionano le cose. Devi avere la spinta interiore per “smanettare”, provare e metterti in gioco in prima persona. Di fronte a un imprevisto, serve un approccio fluido: non bisogna farsi prendere dal panico alla prima difficoltà o novità, ma sapersi riadattare rapidamente avendo la consapevolezza che c’è sempre un’alternativa. Senza questa continua curiosità e la voglia di imparare, il rischio di rimanere inesorabilmente fermi è altissimo.

ElPa.

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